La mattina di
sabato 20 febbraio presso l'aula magna dell'Università di Reggio Emilia
si è tenuta la premiazione di alcuni studenti di istituti d'arte e di
moda, il premio "Giulia Maramotti".
Ad onorare questa premiazione, oltre allo stilista Antonio
Marras, anche il dr Luigi Maramotti, proprietario e amministratore del
Max Mara Fashion Group.
Appena finito il discorso di Maramotti alcuni attivisti hanno
approfittato dell'occasione pubblica per portare all'attenzione
delle moltissime persone presenti e dei giornalisti una realtà che
l'azienda Max Mara ci tiene a nascondere: la morte e la
sofferenza di milioni di animali uccisi dall'industria della pelliccia
e anche in nome della moda di Max Mara.
La conferenza è stata interrotta, uno striscione aperto in mezzo al
pubblico, volantini lasciati a molti studenti (di cui la maggior
parte esprimevano interesse e consenso).
La contestazione è stata pacifica ed è durata solo alcuni minuti, ma
l'imbarazzo per un maramotti che da sempre ha cercato di evitare
un confronto è stato sicuramente molto.
AIP ha provato a contattare il Max Mara Fashion Group con diverse
lettere e l'invio di dossier e filmati, contatti precedenti il
lancio di una campagna di proteste, ma dall'azienda non è stata mai
avuta alcuna risposta. La loro scelta è stata trincerarsi nel
silenzio e stare dalla parte di una moda che vede negli animali solo
oggetti da scuoiare, senza pietà. la loro scelta è stata rivolta
unicamente al profitto, senza aprire gli occhi e dare una possibilità a
quegli animali chiusi nelle gabbie dei lager per animali chiamati
"allevamenti da pelliccia".
Per questo motivo adesso ci troviamo davanti ai loro negozi e invitiamo
le persone a non entrarci, invitiamo a contattare gli uffici
dell'azienda e far sentire la voce di chi invece non considera una
volpe come un misero colletto ma come uno splendido essere
vivente.
Per questo motivo se vogliamo farci vedere e sentire da una persona
influente quanto riservata e schiva come Luigi Maramotti dobbiamo
entrare in una sua conferenza e fargli sapere che la sofferenza degli
animali non si può far finta che non esista, e che ci sono delle
responsabilità precise da parte di alcune persone e aziende.
Forse lui la può considerare diffamazione, come dicono alcuni giornali
locali, ma noi la chiamiamo pura e semplice evidenza, e invitiamo
chiunque a negare il contrario. Se una azienda usa i cadaveri di
animali per fare delle giacche il direttore di quell'azienda ha una
responsabilità diretta nella morte di quegli animali, anche se non si è
macchiato direttamente le mani del loro sangue, anche se non ha
usato lui la corrente elettrica necessaria per farli morire ma ha
solamente messo una firma su un foglio.
Ai tempi dei campi di sterminio nazisti non erano solamente i militari
più violenti e insensibili ad avere la responsabilità della sofferenza
dei prigionieri, ma anche i loro generali che stavano
dentro ad uffici e non si macchiavano direttamente le mani. Questo è un
dato di fatto accettato unanimamente, perché non deve valere lo stesso
per i campi di sterminio in cui nelle baracche non ci sono umani ma
animali?
Noi ci prendiamo le responsabilità delle nostre azioni, perché sappiamo
quali motivi etici ci spingono e sappiamo che un giorno "l'uccisione di
un animale verrà considerata al pari di quella di un essere umano",
come disse Leonardo Da Vinci.
Adesso è ora che anche i direttori di aziende della moda si prendano le
loro di responsabilità.